Allan Mardon – il volto selvaggio dell’America

Agosto 2015, Wyoming.

Ho avuto la fortuna, quell’anno, di fare una vacanza con la mia famiglia nel cuore del selvaggio west: Colorado, Wyoming, Dakota, Montana, Utah, posti resi celeberrimi al mondo dalla grande produzione cinematografica di film western – vedi Sergio Leone – o in Italia da Bonelli, con fumetti come Tex Willer o Zagor. Posti in cui incredibilmente ancora oggi si respira un aria che sa di selvaggio, di cowboys, di sparatorie e di Indiani.

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Alcuni bufali al pascolo.

Mi trovavo a Cody, paese che deve il suo nome a Buffalo Bill – cui vero nome era William Frederick Cody-, considerato il centro del west: insomma, più west di così non si può.

Qui, in un museo, trovai una monografia di un pittore/illustratore che ancora non conoscevo: Allan Mardon.

Allan Mardon, per me, è uno di quegli autori di immagini che cavalcano la sottile linea di confine tra pittura e illustrazione. Canadese di origine e formazione, classe 1931, ha lavorato come animatore per il National Film Board of Canada e ha dedicato finora gran parte della sua produzione alla rappresentazione di nativi americani e di ciò che li riguarda. Non si tratta di semplice riproduzione, fredda e didascalica, ma possiede al suo interno molto di più: in Allan Mardon traspare tutto il simbolismo, il misticismo, il legame riverente e profondo con la natura selvaggia di luoghi incontaminati.

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La copertina della monografia di Allan Mardon, edita da Larsen Group.

Il suo stile personale è caratterizzato da una ricerca cromatica e di sintesi che ci porta dentro a quel mondo primitivo, mostrandocelo in tutta la sua maestosità e potenza. A differenza di gran parte della produzione relativa a queste culture, qui sono principalmente gli animali a fare da padroni, quasi come se si stessero prendendo ciò che gli spetta: il rapporto natura-uomo non è quello di subordinazione, piuttosto direi di parità; esattamente come accadeva tra gli Indiani d’America.

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Legend of the flute, ©Allan Mardon
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The great race, ©Allan Mardon

Anche gli altri elementi naturali contribuiscono a restituire questa sensazione: gli alberi sono rigogliosi e il verde abbonda, persino il clima ci dà un’impressione di magnificenza, dalle volte celesti stellate alle violenti tempeste quasi improvvise che si scatenano nelle praterie che sembrano dire: stai attento, essere umano.

(Reperire la produzione di Allan Mardon online è abbastanza difficile purtroppo, per questo motivo sfrutterò maggiormente la monografia)

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Beyond the rainbow, ©Allan Mardon
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The coyote and the birds, ©Allan Mardon
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White buffalo women, ©Allan Mardon
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Sitting bull, ©Allan Mardon
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Home-coming, ©Allan Mardon

Pur sapendo che un uomo bianco non può comprendere appieno la spiritualità e la complessità della vita Indiana”, scrive Allan Mardon, “mi impressiona potentemente. So di aver commesso molto probabilmente degli errori nelle mie supposizioni, ma sto facendo del mio meglio per archiviare e ricordare questo capitolo di storia senza alcun tipo di pregiudizio nel mio approccio.

Le persone sono tendenzialmente attratte dai temi che tratto e dal mio stile, forse senza sapere perché. Potrebbe essere per via del fatto che gli elementi che utilizzo sono degli archetipi. Combino l’approccio visivo dell’arte primitiva, la più antica mai prodotta dall’uomo, all’espressività e alla freschezza degli antichi dipinti e pitture murali”. 

Altri grandi punti di ispirazione per Allan Mardon sono stati il surrealista Joan Miró e l’astrattista Paul Klee, per la presenza – nella produzione di entrambi – di elementi simbolici ed enigmatici tratti anch’essi dall’arte primitiva.

Ciò che mi affascina di Allan Mardon sono lo stile, l’approccio, la grande capacità di restituire la dignità che spetta ad una cultura come questa. Tutto ciò lo ha fatto diventare uno dei miei principali punti di ispirazione.

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Night horses, ©Allan Mardon

Quando presi in mano questo libro, a Cody, rimasi folgorato soprattutto dall’immagine di copertina. Questo bellissimo, enorme cavallo completamente giallo che corre nella notte circondato da altri animali che si spostano con lui. Vuoi per il suo posizionamento al centro della composizione, vuoi per il fatto che è il colore più saturo e brillante tra quelli presenti, ma ricordo che rimase nella mia testa per settimane, divenne quasi come una visione per me. Quando chiudevo gli occhi potevo sentire il rombo dei suoi zoccoli contro il terreno e lo vedevo sfrecciare nella prateria, maestoso, con lo sguardo di tutti gli animali puntato addosso.

Decisi così che avrei dovuto quantomeno dialogarci, poiché domarlo sarebbe impossibile – oltre che ingiusto. Così cominciai a lavorare ad un libro sul quale sono tuttora occupato, dopo un anno e mezzo.

Ma questa… è tutta un’altra storia.

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