Un ampio respiro

È passato oramai un anno dall’ultima volta che ho scritto in questo blog.

È stato un anno molto intenso, nel quale sono passato attraverso numerosissime cose, molte delle quali – purtroppo – non inerenti al favoloso mondo dell’illustrazione, ma che ho dovuto affrontare per esigenza e non certo per volontà.

Cose che mi hanno portato in luoghi molto lontani da quelli del libro illustrato, ma che allo stesso tempo mi hanno fatto conoscere persone e ambienti estranei a tutto questo, permettendomi – se mai ce ne fosse stato bisogno – di ribadire ancora una volta quanto sia forte in me la necessità e l’urgenza di disegnare ed esprimermi attraverso il racconto per immagini. Riuscire a fare l’illustratore è faticoso, specialmente per chi, come me, si trova ancora – inutile negarlo – agli inizi. Eppure, nonostante questa montagna da scalare che a volte pare quasi impossibile, non rinuncerei mai alla vita che ho scelto nemmeno per tutto l’oro del mondo.

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Studio di sculture tardo-classiche Maya.

In tutto questo tempo ho capito chi sono e qual è la mia strada. Ho capito quali sono le cose che sento più vicine al mio modo di essere, le storie che più mi piacerebbe illustrare, i personaggi che più mi piacerebbe far recitare; ecco, recitare: illustrare significa essere come registi di un grande ed enorme spettacolo in cui i protagonisti sono attori che si prestano al ruolo di cui abbiamo bisogno, o forse addirittura illustrare significa diventare creatori di un mondo che non esiste, ma che noi facciamo esistere.

Nonostante queste consapevolezze e la ricerca del mio percorso stilistico, nonostante lo studio e l’analisi dell’opera altrui e delle teorie che concernono l’albo illustrato – cose che faccio tuttora, sentivo però che qualcosa non andava: non ero mai pienamente soddisfatto dei miei risultati.

Un atteggiamento di questo tipo è un’arma a doppio taglio: se da una parte ti spinge a dare il massimo per migliorare ogni volta e imparare dai tuoi errori, dall’altra parte può rischiare di scoraggiarti e farti perdere il gusto di disegnare. È a questo punto che ho capito che era il momento di prendere fiato. Rallenta, mi sono detto. È davvero utile impuntarsi su ogni singolo dettaglio in modo maniacale rischiando di perdere di vista la visione del tutto? Direi di no, adesso posso dirlo.

Ciò che stavo sbagliando era l’approccio.

Mi capita spesso di pensare e riflettere talmente tanto su come agire da farmi venire il mal di testa. Nemmeno il tempo di appoggiare la matita sul foglio che già pensavo che forse avrei potuto trovare soluzioni migliori. Mi sono reso conto che tutto questo eccessivo schematismo, questa analisi critica completa di ogni aspetto del lavoro non ancora concluso era diventata un ostacolo alla libertà di cui questo mestiere dovrebbe essere caratterizzato.

Mi stavo privando, da solo, del divertimento di disegnare. La mia passione e il fatto di tenerci troppo mi stavano spingendo a pormi delle domande che neppure ci si dovrebbe porre quando si fa qualcosa di creativo; e bloccare la creatività e avere paura di sbagliare, a che cosa porta? Esattamente a questo, a sbagliare.

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Alcuni schizzi ed un’illustrazione di cui non ero soddisfatto.

Così ho deciso di cambiare. Ho capito che gli errori sono qualcosa di naturale, che fa parte del processo di evoluzione di ogni individuo e che sono necessari per capire cosa fa per noi e che cosa no. Non bisogna avere paura di sbagliare. Ho capito che è inutile scervellarsi esageratamente nel rubare agli altri ciò che più ci piace del loro stile se poi si perde di vista il mondo che ci circonda, fatto di alberi, animali, odori, rumori, persone in carne ed ossa. Tutto questo crea sensazioni ed emozioni, perché non lasciarle entrare nel nostro discorso?

Ho capito che bisogna lasciarsi andare.

Poi, tutto quello che è studio – sulla forma, sul colore, sulla composizione, sul ritmo e qualunque altra cosa riguardi l’immagine illustrata – entrerà da solo dalla porta di servizio.

Chissà, forse persino nello scrivere questi miei pensieri ho riflettuto troppo. Eppure mi è uscito tutto quanto di getto, mentre un tempo ci avrei impiegato giorni, settimane.

L’importante, per me, è essermi liberato di questo peso.

Ora scappo, vado a disegnare.

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Io mentre dipingo un’illustrazione per il racconto “Questione di conigli”.

 

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