I meccanismi di un’immagine

La bellezza delle regole della percezione e della composizione risiede nel fatto che, in ogni caso, esistono indipendentemente dalla consapevolezza del creatore di un’immagine.

Il processo di studio, l’analisi, l’applicazione pratica, servono a rendere questi meccanismi noti all’autore, permettendogli di scegliere cosa dire e in quale modo, che cosa omettere e cosa sottolineare, in altre parole: gli permettono di essere in grado di comunicare attraverso le figure, di parlare una lingua fatta interamente di forme, colori, traiettorie, e di lasciare il segno nella mente del fruitore.

Talvolta, però, le immagini si fanno portatrici di significato senza che ce ne sia l’intento: è utilissimo a questo punto capire cosa le differenzia da altre, per così dire, amatoriali, e quale lezioni si potrebbe trarne.

Questi pensieri sono nati nella mia testa motivati da un fatto legato agli eventi tragicamente noti dell’anno passato, in Italia: gli sconvolgimenti sismici che hanno arrecato danni gravissimi alle regioni del centro.

Cominciò a girare in rete una fotografia – un medium indubbiamente diverso dal disegno ma estremamente vicino ad esso – di alcuni vigili del fuoco, scattata ad Arquata del Tronto, con il solo intento di comunicare ai colleghi che stavano tutti bene in seguito ad un ulteriore scossa di terremoto.

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I vigili del fuoco ad Arquata durante le operazioni di soccorrimento.

Ora, lungi da me l’idea di sminuire l’accaduto in qualunque modo, poiché le mie sono esclusivamente considerazioni legate a questa immagine in particolare, e a ciò che essa senza farlo apposta ci racconta.

Cominciamo dai tre protagonisti della fotografia: tutti e tre si trovano in una sorta di primo piano – mezzobusto che occupa gran parte dell’immagine, in un ordine cromatico dovuto ai caschetti, che va dal vigile del fuoco al centro, a quello di destra, ed infine a quello di sinistra: esattamente il percorso che l’occhio compie nel leggere l’immagine. La posizione più ravvicinata alla fotocamera e il caschetto di un rosso più saturo e luminoso sembrano quasi suggerirci che il vigile del fuoco che si trova al centro sia il “capo” delle operazioni, anche se questo non significa che sia stato necessariamente così; quello che però è certo, è che un inquadratura di questo tipo permette di leggere tutto lo spettro di emozioni dense sul volto dei tre pompieri, che trovano il proprio climax nel viso del vigile del fuoco di sinistra: è lui a coinvolgerci col suo sguardo, l’unico rivolto direttamente a noi, e sembra richiamarci di colpo all’interno di questa atmosfera piena di preoccupazione. Su di lui, tra l’altro, convergono diverse diagonali quasi ad indicarlo.

Se i tre si fossero trovati qualche metro più in là, l’effetto sarebbe completamente diverso.

Inoltre, tutti noi abbiamo ben chiara la figura del vigile del fuoco nella nostra testa, il suo ruolo sociale, le sensazioni che ci evoca: un’àncora di salvezza nei momenti di catastrofe e di dramma. Il fatto che tutti e tre siano completamente ricoperti di polvere li colloca totalmente immersi in quel contesto, mescolati con l’ambiente in cui si trovano – per via dei toni grigi, come se si trovassero nella grotta più profonda al cospetto della prova centrale della storia, per usare i termini con cui Christopher Vogler definisce alcuni tratti del Viaggio dell’eroe. Ed effettivamente, non si tratta forse di eroi in questo caso?

Tutto questo non lo avremmo se fossero stati vestiti di tutto punto in uniforme: l’insieme risulterebbe freddo e banale, mancherebbe totalmente il realismo, ci troveremmo al cospetto di una finzione.

Infine, lo sfondo: la mancanza di uno scenario vero e proprio è un valore aggiunto. Permette a noi fruitori di vagare con la mente, lascia aperte le porte ad ogni possibilità, ci fa domandare: “Chissà quante cose hanno vissuto?”, o “Cosa sarà rimasto di quel povero paese?”. È il valore intrinseco del non detto all’interno di un’immagine.

Questa è la mia personale interpretazione, sicuramente ci saranno dettagli che non ho notato ma che per altri vanno posti in primo piano, ma se dovessi illustrare una scena così drammatica, patetica, penso proprio che la farei in questo modo.

Le immagini sono libri aperti, bisogna solo imparare a leggerle e rubare il più possibile.

 

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